Quando ero all’Università si discuteva molto dello `sclerotico’ mercato del lavoro europeo, della sua rigidità (in entrata e uscita e/o sui salari) che lo rendeva duale e teneva alto il tasso di disoccupazione. Si poneva molto l’enfasi sull’effetto positivo della flessibilità sulla selezione dei lavoratori più produttivi, sulla produttività delle imprese in generale e sull’aumento dei salari.

Ai fautori della flessibilizzazione del mercato a tutti i costi rispondevo, insieme a tanti amici, che non si doveva avere una visione microeconomica ma macroeconomica, perché il mercato del lavoro non è un mercato qualsiasi e ha esternalità per l’intero sistema.

A distanza di tanti anni ne sono ancora convinto. La flessibilità che abbiamo inseguito non aumenta la produttività, non porta ad innovazione ma, soprattutto, aumenta la variabilità dell’occupazione.

Quest’ultimo elemento è una costante dei periodi di crisi ma i livelli raggiunti dal mercato americano in queste ore sono, a dir poco, sbalorditivi e inquietanti.

Ne parliamo brevemente con Valeria Cirillo, in questo articolo per Sbilanciamoci.