Ripensare il capitalismo a cura di Mariana Mazzucato e Michael Jacobs

Ho comprato questo bel libro più di un anno fa ma l’ho letto a pezzi. E, direi più correttamente, ne ho riletto nel tempo dei capitoli per capirne meglio passaggi o per risalire alle fonti usate.

Nei libro i diversi autori discutono i punti critici dell’economia capitalistica moderna, dall’austerità che ha bloccato l’Europa all’endogeneità della moneta, dal rapporto fra disuguaglianza e crescita alla centralità dell’impresa innovativa per la crescita di lungo periodo.

C’è a mio avviso un filo conduttore che lega tutti gli articoli e che riguarda sì la politica economica ma, soprattutto, la teoria economica sottostante: non possiamo non considerare la complessità dei sistemi e il ruolo centrale giocato da feedback – positivi e negativi – nella loro dinamica di breve e lungo periodo.

E ci sono due punti su cui voglio soffermarmi: la rivoluzione delle tecnologie verdi e le sfide poste alla politica e alla teoria economica. Senza sminuire gli altri contributi, sono importanti per una riflessione collettiva sulla direzione da prendere

Nell’ultimo capitolo Carlota Pérez ci spiega che le rivoluzioni tecnologiche sono caratterizzate da una cesura strutturale con il passato che non riguarda solo il sistema economico ma sono pervasive perché accompagnate da profondi cambiamenti politici e sociali. Non riguardano un singolo settore ma sono sistemiche, portando sia alla trasformazione e al rinnovamento di settori maturi che alla nascita di nuovi settori. La rivoluzione verde presenta queste caratteristiche: porterà cambiamenti sia nei modi di produzioni che nelle relazioni politico-sociali.

Dimitri Zenghelis specifica meglio che, essendo il carbonio al centro di tutte le nostre produzioni, la rivoluzione verde non può che essere uno stravolgimento del modo di produrre. La decarbonizzazione non può semplicemente avvenire, come sostengono gli economisti neoclassici, dando un prezzo al carbone (carbon pricing) ma necessita di uno sforzo collettivo coordinato per rompere la dipendenza dal percorso già effettuato (path dependence). Lo sforzo non può che essere dello Stato (innovatore, direbbe la Mazzucato) in grado di guidare il processo innovativo, mitigare gli effetti perversi dei cambiamenti e contrastare sia i lock-in cognitivi che gli interessi di breve periodo e breve respiro delle lobby.

Infine, c’è un appunto a noi economisti nell’uso dei modelli economici. Dato che le rivoluzioni determinano un cambiamento strutturale del modo di produrre, non possiamo valutarle né coi modelli di breve periodo né con quelli di lungo periodo… che non prevedano una visione diversa del modo di produzione.

Buona lettura!