L’Università Truccata di Roberto Perotti

 

Un’altro libro da comprare, prendendolo con le pinze. Perotti, economista bocconiano, è noto in ambito economico sia come ottimo ricercatore che come autore di quattro bollettini dei concorsi per professori Associati e Ordinari, nei settori disciplinari di “Economia” (clicca per leggere i bollettini). Da questa esperienza di ricerca è nato il libro, al cui centro ci sono gli incentivi “malati” che portano a situazioni paradossali nel sistema universitario italiano: professori ordinari senza pubblicazioni o figli, nipoti e cugini nello stesso dipartimento se non nella stessa facoltà.

Perchè prenderlo con le pinze? C’è un progetto dietro i bollettini che mi convince al 90% e su cui ho diverse domande.

Il progetto: i ricercatori ed i professori universitari devono essere valutati in base alle pubblicazioni fatte in ambito internazionale, nazionale, in forma di libro o di working paper.

Inoltre va valutato anche l’impatto delle pubblicazioni e l’avere un dottorato italiano o straniero. Infine il sistema va inserito in un più grande sistema di incentivi: i fondi della ricerca vanno alle università che hanno i ricercatori più promettenti (quelli che pubblicano di più), in tal modo le università sono spinte a ricercare il più meritevole piuttosto che il più networkista.

Sulla seconda parte, il cambiamento del sistema di incentivi, non ho niente da obiettare. E’ una spinta alla competizione che potrebbe veramente cambiare i giochi.

Ho però delle domande sulla prima parte:

1)      D’accordo con Perotti “una misura della qualita’, seppure imperfetta, e’ pur  sempre un criterio migliore per valutare l’ allocazione dei talenti che la data di nascita o l’ universita’ di provenienza o il numero di amici altolocati” (bollettino n.1). Ma perchè non considerare anche l’insegnamento? Vada per un professor ordinario ma un professore associato viene da anni di insegnamento quando era ricercatore, perchè non valutare anche questa attività? Certo la cosa migliore sarebbe avere le valutazioni degli studenti ma in mancanza di questo le ore insegnate possono dare un’ulteriore indicazione: le ore non dedicate alla ricerca….

2)      Perchè considerare solo la ricerca e non anche le attività di consulenza presso enti pubblici e privati?

3)      Perchè considerare solo le riviste strettamente relative al settore disciplinare? Ho in mente un paio di articoli, per me importanti in economia, usciti su Nature e quindi non presenti su EconLit…oppure, come conterebbe Perotti le mie tre pubblicazioni su riviste di matematica applicata, dove pubblicano anche economisti e scienziati sociali in generale?

4)      La lista delle riviste migliori può essere accettata universalmente? Me lo chiedo sia in termini di lotta fra diverse scuole di pensiero (in economia è furiosa anche se il mainstream lo nega) come già successo durante la valutazione del CIVR (da leggere la relazione finale per il settore Scienze Economiche e Statistiche) che in termini di qualità/nomea della rivista. Per quest’ultimo caso invito il lettore a leggere l’interessante articolo di Oswald uscito su Economica del 2006, che ho trovato sul blog di Greg Mankiw….

 

Buona Lettura!

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